Dimissioni: se il datore non versa i contributi c’è giusta causa
La Corte di cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sul possibile collegamento tra omissione contributiva del datore di lavoro e dimissioni per giusta causa, L’ordinanza n. 5445 dell’11 marzo 2026 affronta infatti la questione della legittimità delle dimissioni rassegnate da un lavoratore a fronte del mancato versamento dei contributi previdenziali da parte del datore e delle conseguenze in materia di accesso all’indennità di disoccupazione NASpI.
Si ricorda indatti che la normativa stabilisce che l’indennità di disoccupazione spetta anche ai lavoratori che abbiano rassegnato dimissioni per giusta causa, secondo quanto previsto dall’art. 3, comma 2, del D.Lgs. n. 22/2015.
Nel sistema giuslavoristico italiano, la giusta causa rappresenta una situazione di gravità tale da rendere impossibile la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto di lavoro. Tale nozione deriva dall’art. 2119 del codice civile, norma che configura una clausola generale la cui applicazione concreta è rimessa alla valutazione del giudice di merito. In questo contesto, assumono rilievo anche i principi generali di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto di lavoro e il rispetto degli obblighi contributivi che il datore deve adempiere nei confronti degli enti previdenziali.
Vediamo il caso concreto .
Il caso: contributi omessi per sedici mesi
La controversia nasce dalla domanda proposta da un lavoratore che aveva rassegnato le dimissioni per giusta causa a seguito del mancato versamento dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro per un periodo prolungato: l’omissione contributiva si era infatti protratta per sedici mesi consecutivi, a partire dall’inizio del rapporto di lavoro..
Il giudice di primo grado aveva respinto la domanda relativa al riconoscimento dell’indennità NASpI. In sede di appello, tuttavia, la Corte territoriale aveva riformato la decisione, ritenendo sussistente una giusta causa di dimissioni e condannando l’ INPS al pagamento dell’indennità.
L’ente previdenziale ha quindi proposto ricorso per cassazione sostenendo che il mancato versamento della contribuzione non sarebbe, di per sé, sufficiente a integrare una giusta causa di dimissioni. Secondo tale impostazione, l’obbligazione contributiva intercorre tra datore di lavoro ed ente previdenziale e non direttamente con il lavoratore. Inoltre, il sistema previdenziale prevede specifici meccanismi di tutela del lavoratore, tra cui il principio di automaticità delle prestazioni previdenziali e la possibilità di costituire una rendita vitalizia nel caso di omissione contributiva.
INPS ha inoltre contestato la sussistenza di un ulteriore elemento tipico della giusta causa, ossia l’immediatezza del recesso rispetto all’inadempimento datoriale. Nel caso concreto, infatti, la condotta omissiva era iniziata fin dall’inizio del rapporto di lavoro e si era protratta per lungo tempo prima che il lavoratore decidesse di dimettersi.
Per la Cassazione l’omissione contributiva integra giusta causa
La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso confermando la decisione della Corte d’appello e riconoscendo la legittimità delle dimissioni per giusta causa nel caso esaminato.
Secondo i giudici di legittimità, il mancato versamento dei contributi previdenziali per un periodo prolungato costituisce un inadempimento particolarmente grave degli obblighi derivanti dal contratto di lavoro. Tale comportamento incide infatti sul rapporto fiduciario tra datore e lavoratore e integra una violazione significativa dei principi di correttezza e buona fede che devono governare l’esecuzione del rapporto contrattuale.
La Corte ha osservato che la valutazione della gravità dell’inadempimento datoriale è rimessa al giudice di merito e può essere sindacata in sede di legittimità solo per vizi di motivazione o per violazione dei criteri giuridici che regolano la nozione di giusta causa. Nel caso concreto, la Corte territoriale aveva adeguatamente motivato la propria decisione, evidenziando che l’omissione contributiva si era protratta per sedici mesi e che tale condotta non poteva essere considerata episodica o accidentale.
Particolare rilievo assume inoltre il tema dell’immediatezza delle dimissioni. La Cassazione ha chiarito che questo requisito non deve essere interpretato in senso meramente cronologico, come coincidenza temporale tra l’inadempimento e il recesso. L’immediatezza va piuttosto intesa come esistenza di un ragionevole collegamento causale tra il comportamento datoriale e la decisione del lavoratore di interrompere il rapporto.
Nel caso esaminato, l’inadempimento contributivo era continuativo e perdurava al momento delle dimissioni, circostanza che rendeva evidente la connessione tra la condotta del datore e la scelta del lavoratore di recedere dal rapporto.
La Corte ha inoltre precisato che gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento previdenziale a favore del lavoratore non eliminano la gravità dell’inadempimento datoriale. Tali rimedi sono finalizzati a garantire le prestazioni previdenziali, ma non incidono sul piano del rapporto contrattuale tra datore e lavoratore, né possono neutralizzare la lesione del rapporto fiduciario derivante dal mancato adempimento degli obblighi contributivi.
Alla luce di queste considerazioni, la Corte ha ritenuto corretta la valutazione dei giudici di merito e ha confermato che una omissione contributiva reiterata e protratta nel tempo può integrare una giusta causa di dimissioni idonea a consentire l’accesso all’indennità

